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Garibaldi

Descrizione

Giuseppe Garibaldi alla Società Operaia “T. Tasso” di Sala Consilina e le lapidi, in ricordo, all’inizio di salita Garibaldi.
(Fernando Pepe)

UN EROE SENZA TEMPO – Pasquale Russo
La storica accoglienza di Giuseppe Garibaldi a Sala e nel Vallo di Diano

“Giorno sollenne (!) / V settembre MDCCCLX / Garibaldi da qui entrando a Sala Consilina / fugava le orde borboniche accampate / in Auletta e Salerno / colla potenza irresistibile del nome / O Eroe / passeranno i secoli sulla terra fatale / de le grandi glorie de le grandi sventure / la fama tua dura lontana / quanto / la santa memoria dei nostri martiri / la fede dei nostri Regi / la grandezza l’Unità della Patria.
È l’epigrafe incisa sulla lapide che la Società Operaia “Torquato Tasso” volle apporre nel giugno del 1882 sulla facciata di una casa situata proprio nella via attraversata dal Dittatore Garibaldi, per ricordare che con la sua azione rapida e di sorpresa in breve lasso di tempo aveva determinato la fine di un Regno, promuovendo l’Unità d’Italia, che presto sarebbe stata realtà.
Il cinque settembre 1860 a Sala fu tripudio tra il popolo e quanti avevano preparato quel momento di storica accoglienza.
Lo storico Ruggero Moscato in una conferenza del 1961 disse: “Nella piccola storia di Sala è per me in nuce l’intera storia del Mezzogiorno e solo calando la storia del risorgimento in quella di una piccola zona l’Italia la si può veramente intendere ed amare”.
Quando già il Regno mostrava tutta la sua debolezza a causa della morte di Ferdinando II e della politica incerta e titubante del suo successore, fu intensificata l’attività cospirativa, rigenerata da uno slancio ideale e dal desiderio di vendicare gli eccidi di Sapri e Sanza ancora vivi nel ricordo delle popolazioni del Cilento e del Vallo di Diano. Fu in tale contesto che trovò terreno fertile l’azione e l’opera di Giovanni Matina, di Diano, mazziniano e garibaldino, “anima e motore della rivoluzione nel salernitano nel 1860”.
Allorché nel capoluogo si venne a conoscenza dello sbarco dei Mille in Sicilia e si seppe delle vittorie seguenti, l’entusiasmo si estese alle popolazioni di tutta la provincia e l’animo dei rivoluzionari s’infiammò di nuovo. Giovanni Matina organizza nei Distretti di Salerno, Sala e Campagna le masse d’insorgenti, agevolando così l’Impresa dei Mille.
A Diano, dove si era stabilito un comitato insurrezionale, convennero vari capitani delle Guardie Nazionali ed altri patrioti del territorio circostante, perché di lì il giorno successivo sarebbe dovuto partire il movimento insurrezionale per proclamare a Sala il Governo provvisorio”. “Dietro ordine del colonnello Fabrizi, si riunirono nel capoluogo del distretto tutte le forze insurrezionali provenienti da Diano comandate da Galloppo di Polla, Caruso di Auletta, Costa di Sant’Arsenio, De Benedictis di San Giacomo, Pessolani di Atena, Santelmo di Padula, mentre i capitani della Guardia Nazionale Giuseppe De Petrinis di Sala e Antonio Carrano di Diano erano ad accoglierle sulla via consolare”, l’attuale via provinciale.
Giovanni Matina e il colonnello Luigi Fabrizi si posero in colonna recandosi presso la sede della Sottintendenza, dove tremila insorti insieme con il popolo di Sala elevavano il grido di “Viva l’Unità d’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva il Dittatore Garibaldi”. Si chiese al sottintendente di cedere al popolo il potere”; il funzionario borbonico fu invitato a dichiarare la piena decadenza della Dinastia e proclamare l’Unità d’Italia col Re Vittorio Emanuele e il Generale Garibaldi, e gli fu data la facoltà di mettersi alla testa del movimento nella qualità di Prodittatore o di rassegnare i poteri. Egli di fronte alla situazione preferì rassegnare i poteri nelle mani del Matina, che assunse allora la Prodittatura in nome di Giuseppe Garibaldi.
Si concludeva a Sala con una rivoluzione incruenta una fase storica: “venivano affranti gli stemmi del Borbone, fatto sventolare il nuovo vessillo nazionale con lo stemma sabaudo”, mentre al sottintendente fu dato un lasciapassare che gli permetteva di raggiungere Salerno. ”Si installò il Governo provvisorio con Matina, Prodittatore, Alfieri D’Evandro, Segretario, e Luigi Fabrizi, Comandante in capo di tutte le forze insurrezionali nel salernitano”. Dal balcone della Prodittatura il Matina lesse immediatamente il decreto che dichiarava decaduta la dinastia borbonica, informando dell’insurrezione con il seguente telegramma il Generale Garibaldi che avanzava nelle Calabrie:
“Sala 30 agosto 1860 ore 7,00 p.m.
A Castrovillari per Tiriolo.
Il Prodittatore della Provincia di Salerno al Dittatore Garibaldi
Questa mane alle 11 a.m. in Sala alla testa di 3000 insorti si è qui proclamato il Governo provvisorio. Devono le colonne insurrezionali muovere per Tiriolo o rimanere qui ad organizzare la rivoluzione? Tutto a meraviglia!””.
Il giorno dopo di buon ora il Generale risponde:
A Sala. Il Dittatore Garibaldi al Prodittatore Giovanni Matina di risposta.
“Restate fermi ed organizzate la vostra rivoluzione. Non fa bisogno venirci all’incontro, sarò io tra voi. Dite al mondo che con i miei prodi calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco meno di muli, ed immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli ed ovunque la lieta notizia. Addio. Parto per Rogliano”.
D’Agrifoglio 31 agosto 1860 ore otto antimeridiane”.
In quella circostanza il Sindaco di Sala, Michelarcangelo Bove, i Decurioni, gli impiegati ed il Giudice regio Gaetano Fusco, considerando legittima la nuova situazione politica, sottoscrissero gli atti di adesione, mentre si resta in ansiosa attesa fino alla conclusione degli incontri che si ebbero al Fortino presso Casalnuovo (oggi Casalbuono) nella taverna che ospitò Carlo Pisacane tre anni prima.
Il giorno 5 settembre Garibaldi lascia Casalnuovo ove aveva dormito, giungendo a Sala alle ore 11, accolto dal “Prodittatore Matina, che, andatogli incontro, venia con lui nella sua carrozza”. “Un avvenimento tutto democratico gli era approntato, colonne di armati, un popolo plaudente e due archi di trionfi erano all’entrata della città. Anche Stuart Forbes, Comandante della marina inglese al seguito dei garibaldini, passato il giorno prima per Sala ne ricorda l’atmosfera esultante: “Here, as usual, insurrection is in full swing. Triunphal arches, and every species of demonstration, are ready for Garibaldi””; su un arco era scritto:
A l’Eroe d’Italia, Dittatore Generale Garibaldi, i popoli della Provincia di Salerno”.
Sull’altro:
Dopo dodici secoli di dura schiavitù, l’Unità d’Italia proclamata, la gratitudine dei popoli al Generale Garibaldi”.
Stemmi di Savoia e bandiere tricolori infinite.
Il Generale con Giovanni Matina raggiunge il palazzo della Prodittatura, seguendo la strada d’accesso al paese, che ancora oggi porta il suo nome. Garibaldi, che è ricevuto dal Segretario della Prodittatura Antonio Alfieri d’Evandro, dal capitano Antonio Carrano e da tutta la Giunta Insurrezionale Centrale, “si affaccia al Palcone (!), della sede del Governo provvisorio per sentirne gli evviva, che poi, ringraziato il popolo plaudente, se n’è entrato”.
A Sala con decreto di suo pugno datato 5 settembre 1860, nomina Matina Governatore della Provincia di Salerno con poteri illimitati.
Giuseppe De Petrinis, nominato Maggiore delle Guardie Nazionali del Distretto di Sala, lo ospiterà nel suo palazzo, offrendogli un lauto pranzo.
Dopo aver ottenuto a Padula dal Caldarelli di far causa comune con l’esercito garibaldino, il Colonnello Türr da Sala comunica la notizia al Capo di Stato Maggiore che tremila soldati agli ordini del comandante borbonico in ritirata sono passati a Garibaldi.
Il Dittatore, dopo aver riposato per circa venti minuti, accetta il pranzo alle ore 2 p.m. Erano con Lui nel palazzo De Petrinis: Stefano Türr ed Enrico Cosenz; i colonnelli Gaspare Trecchi di Cremona ed il mazziniano Giuseppe Missori, che comandava le 22 Guide della cavalleria garibaldina; il capitano Pietro Stagnetti di Orvieto, i Prodittatori Giovanni Matina e Nicola Mignogna, il segretario della Prodittatura di Sala, Alfieri d’Evandro e quello della Prodittatura di Potenza, Pietro Lacava; il sacerdote Michele De Meo, Segretario della Giunta Centrale Insurrezionale; ed inoltre Agostino Bertani, Segretario generale della Dittatura. A servire l’eccezionale ospite fu l’intera Giunta Centrale. Si brindò all’Unità d’Italia.
Alle ore 15,30 i battaglioni di Sala si pongono in ordine per procedere verso Salerno.
Il sentimento di giubilo risollevava, forse, gli animi della popolazione, ancora abbattuti dalla paura e dalle conseguenze del terremoto del 1857, che nella notte tra il 16 e 17 dicembre determinò centinaia di lutti. Il Forbes, immettendosi nel Vallo di Diano, si rattrista per lo spettacolo di dolore che si sciorinava avanti ai suoi occhi: “Due ore ci portarono giù dagli speroni degli Appennini all’imbocco dell’incantevole Vallo di Diano – egli scrive – …Noi correvamo sulla via di Sala a gran velocità… I Paesi sono sparsi sui lati delle montagne ed il bestiame appare trascinante lungo le rive del Negro (Tanagro), che attraversa la Valle, ricca di testimonianze classiche e antiche e, sono spiacente aggiungere, recenti rovine perché questo fu l’epicentro del terremoto del dicembre del 1857. Si deve immaginare che interi villaggi, specialmente sul lato orientale sono stati abbattuti come un pacco di carta, causando non solo rovine, ma la morte di migliaia”.
Stefano Canzio, Sergente della Compagnia dei 43 Carabinieri Genovesi, futuro genero di Garibaldi, fu colpito anch’egli da quello spettacolo dolente, mentre attraversava il Vallo di Diano: “Lungo la strada da Sala ad Auletta non si vedono che case distrutte dal terremoto del 16 dicembre 1857 – egli scrisse – Polla è interamente rovinata”.
Alle ore 16 Garibaldi riprende il viaggio in carrozza e si avvia verso Auletta, il tempo incalzava. Sulla via consolare era atteso da altra gente, scesa dalla collina e convenuta da Sant’Arsenio. Al bivio di Atena, lo ferma il canonico Pessolano, fervente sostenitore del nuovo, chiamandolo “Angelo di Dio”.
È evidente l’entusiasmo per la forza irresistibile dell’Eroe, perché il Generale portava con sé la speranza di rompere le catene del passato.
Sulla via consolare, al tripudio popolare, che aveva accompagnato l’Eroe in tutti i paesi del Vallo, si unisce quello della delegazione dei cittadini di Atena, guidati dal sindaco D’Alto e da Giuseppe Maria Pessolani, uno dei Mille.
Garibaldi riprende la marcia. attraversa il Borgo S. Pietro, oltrepassa Polla, il paese che diede ben 85 uomini al battaglione “Tanagro”, comandato dal capitano Francesco Galloppo. Superato il ponte Campestrino, il Generale giunge verso sera ad Auletta, scelta come quartiere generale, essendo in posizione strategica a mezza via tra il Fortino a sud verso Lagonegro e la Duchessa a nord presso Eboli. Ad Auletta trovò un paese umiliato dalle conseguenze del terremoto del ’57. L’accoglienza, però, fu festosa, facendo divertere lo sguardo da quello spettacolo dolente, reso ancora più appariscente dalle capanne costruite a rifugio fuori delle mura del paese.
Anche lì il Dittatore, “fu ricevuto dal popolo con applausi frenetici e bandiere tricolori nel cui fondo era stampato il ritratto del Garibaldi vestito da colonnello dell’esercito Piemontese. In casa Mari avvennero i ricevimenti delle rappresentanze dei comitati rivoluzionari in una ressa indescrivibile”.
Ad Auletta Garibaldi fu accolto dalla Giunta insurrezionale rappresentata da don Antonio Guerra, don Francesco Caggiano, don Giuseppe Mari, Vittorio Muccioli, Luigi Laurenti e Filippo Carusi. Gerardo Maffutiis, ricordando l’evento, scrive: ”L’entusiasmo del popolo, lo accorrere di tutti, la spontanea illuminazione della via del percorso dalla già porta del fiume a casa Mari, dove alloggiò, non si descrivevano. Ma non si dimentica mai la fortuna toccataci di vederlo l’Eroe dei Due Mondi nell’apice della sua grandezza, biondo, roseo, calmo, sereno: era l’Apostolo delle Nazioni; era il genio di loro immortalità. Aveva la calamita negli occhi, il vulcano nella mente! La tranquillità del suo spirito, la nobiltà dell’animo suo, la certezza del trionfo della sua santa missione, erano scolpite nel suo viso!
Il Capitano della Guardia Nazionale, che aveva già messo a disposizione la sua casa come sede del Quartier Generale delle forze insurrezionali del colonnello Fabrizi, quella sera ha l’onore di ospitare addirittura il Generale Giuseppe Garibaldi in persona e gli uomini che gli fanno corona.
Il dì seguente partì per Salerno.
Nel 1907, a cent’anni dalla nascita di Garibaldi, la Società Operaia “Torquato Tasso” di Sala Consilina si ricorderà del fausto passaggio, incidendo sul marmo le seguenti parole: ”Il ricordo di Garibaldi / non sia eco d’incoscienti tripudii / ma esempio ma sprone / a destini piu (!) alti e completi / Commemorazione centenaria 1907″.
Essa continuerà nel solco della tradizione a mantenere viva la rimembranza del suo Presidente onorario anche nel secondo Novecento: nel 1982, infatti, organizzò una serie di conferenze nella vecchia sede di via Grammatico e nel 1986 un numero rilevante di Soci si recò a Caprera a visitare la tomba dell’Eroe, che il cinque settembre del 1860 concesse l’onore di una sosta nella cittadina salese.
(Pas Salluzzi)

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